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Mestieri artigiani a Venezia

Chiunque si trovi a fare un giro per la prima volta a Venezia, può rimanere stordito dall’abbondanza di negozi di scarsa qualità che continuano a proliferare come funghi. L’importante è non fermarsi in superficie, ma, come già ribadito più volte, infilarsi nelle calli meno conosciute ed affollate; è lì, lontano dal caos, che resterete sorpresi nello scorgere dietro le vetrine imbastite, artigiani chini a lavorare con le loro mani incredibili creazioni.

Un modo per scoprire la città è leggere i nomi delle calli sui nizioleti, rettangoli bianchi dipinti sui muri, come “piccole lenzuola”; la maggior parte di queste hanno preso i nomi dai mestieri di chi ci viveva o di episodi che vi accadevano. E così sono nate calle del remèr, calle del fornèr, il ponte de le tette, il ponte dei pugni..

Tanti dei mestieri sono oggi scomparsi, ma l’artigianato a Venezia è vivo e vegeto, grazie alla voglia di tante persone di portare avanti le professioni tipiche della laguna, strettamente legate al territorio. Allo stesso tempo c’è chi  è capace di rinnovarsi continuamente e così, accanto ad una fonderia, è possibile trovare il più moderno negozio di design.  

Ma quello che a noi interessa è scoprire quelle tradizioni oggi rare, e così ancora più affascinanti. Se vi incuriosisce conoscere alcuni dei mestieri artigiani più antichi di Venezia che ancora oggi potete ammirare in giro, vi invito a continuare la lettura.

I maestri vetrai di Murano

I maestri del vetro sanno comandare il fuoco e la materia. Rendono plastico il vetro e lo modellano come più desiderano. Osservare un maestro vetraio all’opera è pura magia, riescono piano a piano a dare vita a forme e colori che noi comuni mortali non avremmo potuto nemmeno immaginare.

Tra i mestieri artigiani tradizionali di Venezia, quello della produzione del vetro veneziano ha radici antichissime, come si deduce dai resti di origine romana ritrovati a Torcello. Le fornaci per la lavorazione del vetro in origine erano situate a Venezia. La parola ghetto deriva proprio dal “ghèto” veneziano che voleva dire fonderia; gli ebrei si stabilirono, infatti, nel quartiere dove si trovavano le fornaci, oggi situato nel Sestiere di Cannaregio. Per ridurre il pericolo di incendi, si decise, poi, di spostare altrove le fonderie e fu scelta l’Isola di Murano come luogo adibito alla produzione del vetro.

Sull’Isola di Murano la tradizione continua ancora oggi, e grandi fonderie si alternano a piccole botteghe di artigiani. La differenza principale tra le due sta nel tipo di tecnica utilizzata, a soffio e a lume. La tecnica a soffio prevede l’uso di una canna da cui soffiare per espandere il vetro e si usa per le grandi sculture; nella tecnica a lume, invece, il vetro viene sciolto e manipolato su una piccola fiamma ed è adatta per gli oggetti più piccoli.

Detta così sembra quasi facile, ma provate a realizzare uno degli spettacolari lampadari che vedete nelle case storiche di Venezia..

Il merletto di Burano

La lavorazione del merletto è una delle attività secolari che si può ammirare sull’isola di Burano. Una leggenda racconta l’origine di questa tradizione. Si racconta di un pescatore promesso sposo ad una fanciulla dell’isola, che fu tentato dal canto delle sirene durante un’uscita in mare, ma che riuscì a resistere, fedele alla sua donna. La regina delle sirene, affascinata dalla fedeltà dell’uomo, volle fargli un regalo. La sirena colpì il fianco dell’imbarcazione e dalla schiuma del mare prese forma un meraviglioso velo nuziale. Quando la fanciulla indossò il velo durante le nozze, la sua bellezza suscitò l’invidia di tutte le donne dell’isola, che da allora provano ad imitarlo con ago e filo.

La realizzazione del merletto è un’arte di precisione, la cui raffinatezza ed eleganza può competere, ma mai farsi superare, solo col pizzo francese. C’è stato, infatti, un periodo in cui le merlettaie di Burano vennero chiamate in Francia per avviare un’importante creazione di pizzi.

Un tempo la lavorazione del merletto avveniva all’interno della Scuola, le cui opere oggi sono esposte nel Museo del Merletto. Oggi, però, i segreti di quest’arte vengono tramandati solo di generazione in generazione, da madre in figlia, destinati solo a chi desidera apprenderli.

Quello che non tutti sanno è che anche in un’altra isola, Pellestrina, è possibile vedere le donne intente a ricamare i loro pizzi. Qui viene voglia di sedersi accanto a una delle ultime merlettaie e farsi raccontare la tradizione di quest’arte secolare, tipica dello specchio lagunare.

Il remèr e gli squeri

Che sono queste parole strane, penserete? Beh sono due mestieri artigiani di Venezia che hanno a che fare con il legno. Sì, perché anche un pezzo di tronco di noce nasconde segreti che solo un esperto riesce a cogliere. E così le mani sapienti dei remèr, seguendo le venature naturali del legno, fanno emergere le linee e le curve che solo i loro occhi avevano saputo vedere sin dall’inizio.

In entrambi i casi vengono costruiti oggetti indispensabili per la vita veneziana sull’acqua. I remèr, come dice stesso la parola, sono i costruttori dei remi e delle forcole. Queste ultime si possono osservare su tutte le gondole; sono, infatti, lo scalmo delle imbarcazioni veneziane, l’oggetto su cui il gondoliere poggia il remo per condurre la sua gondola, costruito in maniera tale da facilitargli la rimozione del remo dall’acqua in caso di ostacolo.

La particolare forma dinamica delle forcole, frutto di mille anni di storia e della costante ricerca di un perfetto connubio tra funzionalità e bellezza, le ha rese anche oggetti d’arte e d’arredo molto apprezzati in tutto il mondo.

Lo squero è, invece, un tipico cantiere, dove si costruiscono piccole barche tipiche della tradizione lagunare veneziana, su tutte le gondole. Lo squero di San Trovaso è uno degli ultimi rimasti attivi a Venezia. Il termine squero deriva dalla parola “squara” che indica una squadra di persone che cooperano per costruire le imbarcazioni. I cantieri hanno la forma tipica delle case di montagna, dato che sia il legname che i carpentieri provenivano dal Cadore.

I mascarèr

Vi ho già parlato della tradizione del Carnevale e delle maschere tipiche, diventate forse l’oggetto più associato a Venezia subito dopo il vetro di Murano. Tra i vari mestieri, i mascareri altro non sono che gli artigiani che producono maschere nel centro storico di Venezia.

La maschera è un oggetto unico, nasconde e svela allo stesso tempo, liberando i nostri veri istinti. Nella Serenissima veniva usata molto spesso per nascondere la propria identità e solo in un secondo momento è diventata parte del Carnevale.

I mascareri inizialmente rappresentavano una specializzazione dell’arte dei pittori; è dal 1436, quando le maschere diventano tipiche delle feste di Carnevale e la loro richiesta sale ulteriormente, che i mascareri si dotano di un proprio statuto, ancora conservato nell’Archivio di Stato. Nel 1773 le botteghe di maschere in tutta la città erano 12 con 31 persone impiegate.

Le maschere vengono realizzate in cartapesta, oggi in alcuni casi dipinta o rifasciata con stoffe, passamanerie o cuoio. La realizzazione tradizionale artigianale segue le antiche tecniche che partono dalla sagomatura di una scultura in argilla, a cui segue una colata di gesso per produrre un calco negativo; all’interno di questo viene pressata la carta pestata prima col mortaio in modo da farne una poltiglia (da qui il termine cartapesta), che viene poi asciugata, tagliata e colorata.

L’impiraressa

Last but not least.. le impiraresse erano figure diffusissime, nei primi del ‘900 se ne contavano più di 5000 nel centro storico di Venezia. Immaginate, mentre passeggiate nel Sestiere di Castello, di vederle sedute in gruppi a chiacchierare fuori dalle loro case, con in grembo le loro ceste di perline divise per colori e dimensioni.

Le impiraresse letteralmente infilzavano perle, dal veneziano impirar, infilzare. A quell’epoca a Murano nelle conterie c’era un’enorme produzione di piccole perle di vetro, che venivano usate per le creazioni più disparate, dagli abiti, come nel classico stile charleston, agli oggetti, come paralumi o portafiori. La fase di manifattura più delicata, quella, appunto, della filatura, era di pertinenza esclusiva delle donne, compresa la fase di intermediazione con le fabbriche, che era affidata a piccole imprenditrici chiamate mistre.

Il lavoro veniva svolto esclusivamente in casa, cosa che da un lato permetteva di dedicarsi alla cura domestica, dall’altro le esponeva ad una forma di sfruttamento, per il carico di lavoro enorme con cui riuscivano a stento a pagare un chilo di pane.

Oggi questa attività è custodita nelle mani di poche donne veneziane, come Marisa Convento e Attombri, fondendo, come molto spesso oggi accade, arte e artigianato.

Conclusioni

Camminare per le strade di Venezia con spirito curioso permette di scoprire tanti piccoli dettagli, e così una semplice passeggiata diventa una passeggiata nella storia. Solo in luoghi ricchi, intrisi di vita vissuta, dove ogni pietra ha qualcosa da raccontare, è possibile questo.

Quelli che avete appena letto sono solo alcuni dei tanti mestieri artigiani storici di Venezia, forse non finirei mai di scriverli tutti. Cercherò col tempo di aggiungerne altri, nel frattempo se ne conoscete di vostro altri o avete domande, curiosità, appunti su quello che avete appena letto, scrivetelo nei commenti.

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